Avete presente quella sensazione? Be', nessuno è nato pelato per cui almeno una volta l'avete provata tutti.
Visualizzazione post con etichetta Comunicazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Comunicazione. Mostra tutti i post
giovedì 23 gennaio 2014
Differenza di fondo tra Berlusconi e Renzi: il primo si è costruito un contesto, il secondo ci si è adeguato e ne ha tratto una lezione
Il problema è nostro. Nostro di noi cittadini, utenti, elettori, consumatori, osservatori, più o meno interessati, più o meno disattenti. Il problema, che poi non è un problema in senso stretto, non è di Matteo Renzi. Il problema non è Renzi e nemmeno Berlusconi, men che meno i loro rapporti politici e le scelte messe in campo.
La questione, in realtà, è che noi - quelli di cui sopra - tendenzialmente non abbiamo strumenti interpretativi e valutativi adeguati. In parte questo è imputabile ai cosiddetti opinion-makers, quelli seduti nei salotti televisivi, in una redazione o al proprio l'autopsia che dicono la loro, propinano idee, opinioni, punti di vista del tutto personali, spesso privi di alcuna veste tecnica o di imparzialità. A volte faziosi, altre ingenuamente disinteressati o propagazioni di interessi economici, editoriali, politici, ideali. In parte il gap di cui soffriamo in termini analitici è dovuto al contesto, alla generale e progressivamente ridotta fiducia nelle istituzioni, nella politica e nei politici. Un dubbio radicato, in parte giustificabile, in parte condivisibile, in parte assolutamente criticabile che rischia di immobilizzare piuttosto che mobilitare.
Stando così le cose abbiamo ben poche possibilità di comprendere le dinamiche, le logiche e le identità di questa fase storica del nostro Paese.
È facile, di fatto, farsi trascinare in sterili e deboli polemiche, dibattiti, confronti tipo 'chi è più furbo tra Renzi e Berlusconi?' oppure 'chi ha messo nel sacco chi tra i due?' e così via, trovandosi con il punto focale spostato da un approccio più gossipparo, da rotocalco, che analitico e informativo.
La questione, perché poco sopra abbiamo detto che di vero problema non si può parlare, è che Renzi, come del resto ciascuno è in buona parte il frutto dei tempi in cui si vive. In particolare, come ognuno di noi sotto i 45 anni, è il er prodotto di questi 20 anni di presenza nella scena politica di Berlusconi. Ovvero della presenza di un modello politico, comunicativo, sociale, comportamentale, culturale e identitario che è stato costruito prima di tutto attraverso una innovativa, efficace e martellante offerta mediatica (e quindi culturale, omportamentale, sociale) a partire dagli anni '80 e poi ulteriormente sviluppato attraverso un vero e proprio percorso di tipo elettorale, politico e amministrativo.
Renzi ai più non risulta interpretabile - se non attraverso categorie di dubbia utilità e di scarso valore- perché pur restando negli schemi dell'ultimo ventennio ha saputo scardinarli. Sia chiaro, non si tratta di un elogio nè di una apologia, si tratta di un dato di fatto. Renzi ha modellato la sua figura, la sua immagine e di conseguenza le sue logiche e le sue dinamiche sul modello di questi ultimi trent'anni (dicevamo 10 mediatici e 20 politici). Ciò non significa che sia un berlusconiano, ma che come noi è cresciuto con Drive-In, Pierino, i vari Rambo, Rocky, Terminator, Seagal, Norris, Paperissima, quiz vari, self-made men, etc. Come noi ha subito e in buona parte introiettato le regole comportamentali del market-oriented, l'idea di apparire prima ancora che di essere, di comunicare prima ancora che di fare.
Paradossalmente, pur essendo come qualsiasi italiano nato da i '70 in poi, un prodotto tipico italico, si fa fatica a comprenderne le logiche che noi stessi riconosciamo e conosciamo. Seguirle, cavalcarle a proprio uso e consumo, subirle o contrastarle, più o meno attivamente, appartiene ad un percorso secondario che deriva innanzitutto dal riconoscimento, una sorta di legittimazione inconscia, che operiamo e abbiamo operato nei riguardi di quelle logiche e di quelle dinamiche.
Renzi, a differenza di Berlusconi, ha costruito se stesso sulla base del contesto. Berlusconi, invece, il contesto se lo è costruito. Un habitat quasi perfetto in cui muoversi, fatto quasi a sua immagine e somiglianza, attingendo dai trend socio-commerciali internazionali, mixandoli con indubbio successo al substrato tradizionale nostrano che si trovò di fronte negli anni '70 e successivamente.
Da questo habitat, a differenza di altri, Matteo Renzi ha semplicemente ricavato equazioni funzionali e funzionanti per apparire diverso e al tempo stesso accettabile, preferibile, potenzialmente ottimale.
Se qualcuno sperava che 30 anni di quel modello socio-mediatico, definitivo comunemente berlusconismo (20 dei quali trascorsi con l'innesto quasi perfetto di un certo modello socio-politico), potessero portare ad un prodotto diverso da Matteo Renzi allora è, come sostenevo all'inizio, evidentemente sprovvisto di adeguati strumenti interpretativi e valutativi.
Meglio sarebbe, in questo caso, guardarsi alle spalle invece che stare ad ascoltare i soliti soloni che discettano di I, II e III repubblica.
giovedì 18 aprile 2013
Le (vere) ragioni di Renzi per dire NO
Ci sono ragioni per il no di Renzi a Marini che sono squisitamente politiche e diverse da quelle che il sindaco di Firenze voglia farci credere.
Ha ragione, ad esempio, quando sostiene che l'ex presidente del Senato non rappresenta il paese odierno. Condivisibile la critica nei confronti di una figura di vecchio stampo, non tanto per l'età anagrafica, quanto per quella politica e per il retaggio di un 'certo tipo di politica' vecchia, seppur ancora non decrepita, che non farebbe gli interessi del Paese.
Ha ragione quando punta il dito contro Bersani bollando l'operazione "Lupo marsicano" come una tattica del tutto sviluppata a fini di governance interna da parte del Segretario democratico.
Ma in questo senso ,e proprio in questi termini, Renzi commette l'errore di esporsi ad una analisi e ad una interpretazione meno generiche e forse più adatte al core del suo discorso: gli equilibri interni al Pd dal punto di vista dei moderati cattolici di cui si è fatto e si sta facendo promotore.
Inoltre c'è da registrare, almeno al momento, una certa convergenza tra gli obiettivi dei dalemiani e quelli dei renziani che è quella di far fuori la dirigenza attuale (bersaniano-franceschiniana) per riavviare un upgrade strutturale e gestionale del Pd.
Renzi infatti 'deve' silurare Marini perchè quest'ultimo rappresenta l'espressione di un'area del Pd in diretta competizione con il sindaco di Firenze. Lo si evicne persino dall'approccio e dal passo dialettico di Renzi che ieri sera a Le Invasioni Barbariche si è soffermato per ben due occasioni sulla cattolicità sua e di Marini.
In ballo per l'enfant prodige della Dc post-Mani pulite c'è la leaderhip moderata attraverso la quale conquistare quella dell'intero Pd. Un percorso possibile grazie al malcontento e al disagio socioeconomico che stanno caratterizzando il Paese.
Da un lato Renzi cavalca, sulla scia dell'approccio cristiano-sociale, il disagio cercando di filtrandone gli elementi squisitamente prepolitici e usando il grimaldello anticasta in funzione non solo critica ma anche, e soprattutto, positiva e propositiva. Dall'altro offre e propone agli scontenti e ai non facinorosi (che sono la stragrande maggioranza) una serie di appigli concettuali e di strumenti (politici e post politici) per sperare in un futuro migliore, puntando ad affrontare la crisi sociopolitica e socioeconomica non attraverso la catarsi del passaggio distruzione/ricostruzione ma attraverso un approccio mutuato dagli Usa e in particolare da tre figure di forte ascendente come JFK, suo fratello Robert e, ovviamente, Obama. Guardare al futuro avendo il coraggio di rompere con il passato nell'idea unidirezionale di forward, dell'avanzamento senza marce in dietro, del movimento continuo, però verso un traguardo visibile, condivisibile e per questo raggiungibile, fuori da ogni ragionevole dubbio.
Da un lato Renzi cavalca, sulla scia dell'approccio cristiano-sociale, il disagio cercando di filtrandone gli elementi squisitamente prepolitici e usando il grimaldello anticasta in funzione non solo critica ma anche, e soprattutto, positiva e propositiva. Dall'altro offre e propone agli scontenti e ai non facinorosi (che sono la stragrande maggioranza) una serie di appigli concettuali e di strumenti (politici e post politici) per sperare in un futuro migliore, puntando ad affrontare la crisi sociopolitica e socioeconomica non attraverso la catarsi del passaggio distruzione/ricostruzione ma attraverso un approccio mutuato dagli Usa e in particolare da tre figure di forte ascendente come JFK, suo fratello Robert e, ovviamente, Obama. Guardare al futuro avendo il coraggio di rompere con il passato nell'idea unidirezionale di forward, dell'avanzamento senza marce in dietro, del movimento continuo, però verso un traguardo visibile, condivisibile e per questo raggiungibile, fuori da ogni ragionevole dubbio.
In questo senso va individuata l'aspra critica che Renzi muove a Marini e ad un'ampia fetta dei dirigenti di area moderata. In termini tattici la scelta di Bersani e l'accordo con Berlusconi rappresentano per Renzi il migliore punto di partenza perchè legittima la considerazione: "questo Pd, così come è, è morto!" e resetta la memoria dell'opinione pubblica sulla sua presunta vicinanza a B.: "Bersani sarà pure peggio di Renzi se alla fine per il Colle ha fatto l'inciucio con B., a differenza di Renzi".
Non si tratta, però, di una corsa alla frantumazione del Pd, ma dell'esatto contrario e della condivisione di un medesimo obiettivo di lungo periodo individuato dallo stesso Bersani e dal suo entourage: creare un mastodontico contenitore politico che raccolga al suo interno i moderati cattolici, i riformisti e la sinistra. Solo che nei progetti del Segretario il nuovo Pd avrebbe dovuto ospitare una componente moderata renziana e una componente di sinistra vendoliana guidate con opportuna saggezza ma assoluta determinazione dallo stesso Bersani.
In realtà, al di là del leader, si tratta di un progetto di lungo corso, santificato in via di principio da Prodi e dallo stesso D'Alema, avviato con l'Ulivo nel 2006 e rilanciato poi nel 2008 quando con il neonato Pd veltroniano (quello del 33%) sembrava si fosse ad un passo dalla sua creazione. Una vasta area di governo con i partiti della sinsistra radicale fuori dall'agone politico, con l'ala diessina meno moderata, quella di Sinistra Democratica, nata già morta e un alleato, per quanto convenientemente piccolo come l'IdV, moderato ma con un certo appeal antipolitico che riuscisse a captare malcontento (quello più annacquato) antidiessino e antidemocristiano facendo - in teoria - da margine alla montante ondata antipolitica del Vaffaday.
Si tratta negli asupici dei suoi ideatori di un molosso politico finalmente al passo con i tempi, ovvero multiforme, multiplurale, multipolare e di fatto buono per tutte, o quasi tutte, le stagioni.
Un progetto che non è naufragato e probabilmente non naufragherà con l'abbattimento di Bersani (vivaddio il Pd è l'unica formazione non lideristica nè personalistica).
In questo progetto Matteo Renzi è di fatto uno dei due Dioscuri che traghetteranno il Pd in una nuova era che, a dirla tutta, avrà molto di nuovo ma anche tanto della così vituperata vecchia politica. L'altro, che piaccia o no, è Massimo D'Alema che ancora ieri sera in assemblea Pd veniva dato come migliore alternativa a Marini per il Quirinale.
D'altra parte Renzi e D'Alema non hanno mai dissimulato la propria reciproca malsopportazione, ma chi meglio di due acerrimi avversari per costituire un asse, informale, e porre fine alla prima fase del Pd? Poi a ciascuno il suo: il primo a guidare il nuovo Pd (o il soggetto che lo sostituirà) e il secondo a tramare nell'ombra cercando di assassinare (politicamente) il leader del momento dopo aver contribuito fattivamente a farlo diventare tale.
D'altra parte Renzi e D'Alema non hanno mai dissimulato la propria reciproca malsopportazione, ma chi meglio di due acerrimi avversari per costituire un asse, informale, e porre fine alla prima fase del Pd? Poi a ciascuno il suo: il primo a guidare il nuovo Pd (o il soggetto che lo sostituirà) e il secondo a tramare nell'ombra cercando di assassinare (politicamente) il leader del momento dopo aver contribuito fattivamente a farlo diventare tale.
lunedì 8 aprile 2013
Il ricordo, a breve scadenza, dei suicidati dalla crisi
L'elemento comune di ogni drammatico caso di suicidio dovuto alle difficili condizioni economiche in cui versavano le vittime è il bailamme che si produce nei giorni successivoglio il conseguente vortice di analisi, commenti, invettive, proposte e ipotesi più o meno creative che ci si affretta a buttare nel tritacarne mediatico.
Di storie come quelle di Romeo Dionisi e di Anna Maria Sopranzi da Civitanova Marche ce ne sono, purtroppo, a bizzeffe nel nostro paese, così come negli altri. Storie che sembrano comuni almeno fino a che un epilogo tristemente tragico non le trasforma in storie da narrare, da sviscerare, da usare come grimaldello squisitamente mediatico - nella maggior parte dei casi -, strumentalmente politico - in qualche caso - e strettamente funzionale, risolutivo e propositivo - in una microscopica percentuale di casi.
Insomma, di tutto questo carrozzone il dato peggiore sarà l'oblio che avvolgerà i nomi di Romeo e Annamaria, così come ha avvolto i nomi di Francesco Fabbri, Walter Ornago, Michele Calì e di tutti gli altri che oggi vivono esclusivamente nel ricordo e del ricordo dei loro cari.
C'è poi chi non si accontenta di raccontare la storia del momento ma si lancia nella cronistoria dei casi analoghi in modo da offrire una case history dal vago senso professionale, così, tanto per non fare la parte di quello che scrive ad hoc sul tema.
È giusto parlare di loro, delle loro vite, delle loro esistenze conclusesi così drammaticamente? Si, non solo è giusto ma è fondamentale perché le loro storie non restino tali.
Ma è giusto farlo in questo modo pret-à-porter? No, non solo non lo è, ma è profondamente irrispettoso, offensivo e soprattutto da codardi rincorrere la tragedia e cavalcarla, rivolgerle un'attenzione tanto marcata e morbosa quanto subitanea e volubile.
Forse, anche per questo motivo, almeno le contestazioni e le critiche rivolte nei confronti delle figure istituzionali andrebbero considerate e interpretate dai media, dalla politica e dagli opinionisti fuori dalle consuete e sottostimanti categorie del qualunquismo, dell'antipolitica o dell'autoreferenzialità.
giovedì 28 marzo 2013
Lavoratorio.it e il pessimo consiglio (d'azzardo)
Chi di noi non si è mai iscritto o non ha mai utilizzato un sito di ricerca e offerta lavoro? Personalmente, come molti miei amici, sono iscritto a diverse reti e motori di ricerca lavoro, tra questi ne ho trovato uno che mi è sembrato ben organizzato, non troppo invadente e abbastanza preciso nell'inviare offerte di lavoro corrispondenti ai dati immessi nella richiesta. Si tratta di Lavoratorio.it.
Insomma, almeno fino ieri mattina, potevo dirmi davvero soddisfatto del servizio, peraltro gratuito, che questo sito mi stava offrendo.
Come si vede dallo snapshot qui di fianco, però, ho ricevuto una mail dalla sezione News di Lavoratorio.it che conteneva la presunta storia vera e il consiglio di una fantomatica signora, Francesca T. di Latina, particolarmente fortunata ma credo sicuramente meno generosa e meno altruista di quanto appaia dalla mail.
Come si vede dallo snapshot qui di fianco, però, ho ricevuto una mail dalla sezione News di Lavoratorio.it che conteneva la presunta storia vera e il consiglio di una fantomatica signora, Francesca T. di Latina, particolarmente fortunata ma credo sicuramente meno generosa e meno altruista di quanto appaia dalla mail.
Nulla quaestio sulla necessità e sulla opportunità di usare mezzi pubblicitari per fare cassa e sfruttare al meglio la rete di contatti che un sito del genere può raccogliere, soprattutto se offre servizi del genere gratuitamente, ma ad essere sinceri, non vi sembra un atteggiamento particolarmente ienesco quello di sottoporre all'attenzione di chi cerca lavoro, più o meno disperatamente, una storiella fortunata e invitante, focalizzata per giunta sul gioco d'azzardo on line, con grandi vincite e sogni che diventano realtà?
Insomma, cartellino rosso per Lavoratorio.it e per la decisione di raggiungere i suoi iscritti in cerca di lavoro con un messaggio promozionale del genere!
Insomma, cartellino rosso per Lavoratorio.it e per la decisione di raggiungere i suoi iscritti in cerca di lavoro con un messaggio promozionale del genere!
martedì 26 marzo 2013
L'India ci manda gambe all'aria
Informativa dei ministri di Esteri, Giulio Terzi, e Difesa, Gianpaolo Di Paola, alla Camera dei Deputati dopo il caso dei due marò rispediti in India.
Dopo parole di fuoco e in particolare dopo l'esplicita accusa che Terzi ha rivolto al Governo "risibile pensare che Farnesina abbia agito autonomamente", il ministro ha annunciato le sue dimissioni specificando come "le sue parole siano state inascoltate" e come sia comunque convinto di "aver difeso l'onorabilità del Paese".
Le dimissioni hanno glaciato la platea di Montecitorio ma soprattutto hanno offerto al ministro Di Paola la possibilità di scegliere se delegittimare il compagno di squadra o andargli dietro rafforzandone l'invettiva.
Da bravo soldato, il ministro della Difesa ha scelto la prima opzione gettando in mare - è il caso di dirlo - Terzi ma lo ha fatto con un virtuosismo tattico di pregio.
Si è trattata di una stoccata di fioretto, leggera ma cocente. Di Paola infatti fa 3 cose:
1) riduce il portato e disinnesca il carico emotivo-emozionale dell'intervento di Terzi affermando: la responsabilità viene prima delle emozioni personali; sarebbe stato facile anche per me dare le dimissioni e abbandonare la nave in una situazione difficile come questa;
2) non usa la forza ma sfrutta quella dello stesso Terzi: le scelte prese collegialmente non possono essere tradite, se si fa parte di una squadra non si può abbandonarla solo perchè tocca a noi singolarmente dover rispondere di quanto deciso assieme;
3) cambia completamente il punto di focus: io non abbandono la nave lasciando i due marò soli, a loro e alle loro famiglie deve andare la nostra solidarietà e il nostro impegno.
Di Paola da scacco matto a Terzi, e in qualche modo è l'arte militare che vince su quella della diplomazia, stranamente, ma il dibattito che è seguito è stato ancora più pregno di spunti di riflessione. Giusto un paio qui di seguito:
a) l'intervento di Di Battista (M5S) che ha sciorinato una serie di domande su questioni, a volte semplici dettagli, molto importanti e dirimenti che finora nessuno o quasi nessuno ha voluto sviscerare, almeno in maniera pubblica, ha offerto un fondamentale elemento di valutazione dell'attività e della preparazione dei c.d. grillini eletti. Evidentemente non sono così stralunati e dormienti come qualcuno si augurava o si autoconvinceva. Complimenti vivissimi a chi ha preparato lo speech.
b) l'intervento di Cicchitto (Pdl) contro Monti e il suo Governo, contro l'assenza di una catena decisionale adeguata sul caso dei due marò e sulla mancanza di responsabilità dimostrata dal Presidente del Consiglio rappresenta di fatto un ulteriore e grosso ostacolo sulla già stretta via di Bersani per la creazione di un governo con Scelta Civica.
Iscriviti a:
Post (Atom)