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martedì 5 maggio 2015

I nomi (e i numeri) dell’Italicum da ricordare per il futuro

Alle 18 passate di lunedì 4 maggio l’Aula di Montecitorio ha approvato l’Italicum.
Dalla mattina le agenzie hanno cominciato a battere la notizia che le opposizioni sarebbero rimaste fuori dall’Aula. Nel corso della giornata è stato specificato che in caso di voto segreto le opposizioni avrebbero lasciato l’Aula, in caso di voto palese sarebbero rimasti per votare contro, al fine di evitare possibili sostegni non dichiarati a Renzi.
Il gruppo maggiormente  a rischio sarebbe stato Forza Italia con i suoi oltre 20 dissidenti interni pronti a sostenere l’Italicum nella libertà di coscienza garantitagli a segreto.  
L’impegno a restare fuori con il voto segreto ha livellato la gestione mediatica e soprattutto politica dei gruppi conducendo così Forza Italia (70), Sel (24), M5S (91), Lega (17) e FdI (8) a disertare la votazione. Assieme a loro alcuni deputati del Misto (ex leghisti, ex grillini, etc) e del Pd.
Il risultato lo conosciamo: presenti 399, votanti 395, favorevoli 334, contrari 61, astenuti 4. Gli assenti totali quindi sono stati 231, 16 dei quali in missione. 
Questi i numeri e i nomi nel dettaglio di chi c’era e chi non c’era
  • Forza Italia: fa venire meno 69 voti su 70 ma di questi ben 8 erano in missione ovvero non conteggiati per il calcolo dei presenti e votanti. Tra questi 8 vi sono i presidenti di commissioni permanenti come Sisto (Affari Costituzionali), Vito (Difesa), Capezzone (Finanze), commissioni che andranno a rinnovo a breve; Ravetto e Brambilla rispettivamente presidenti del Comitato Schengen e della Commissione Infanzia e adolescenza; Fontana uno dei tre questori.
  • Fratelli d’Italia: conta 2 deputati in missione: Larussa e Cirielli rispettivamente presidente della Giunta per le autorizzazioni e Segretario di presidenza a Montecitorio (cariche non a rinnovo), gli altri 6 contribuiranno a far venire meno il numero di voti validi;
  • Partito Democratico: conta 1 deputata in missione (Cimbro), 3 astenuti: Lenzi, Incerti e Fabbri, e ben 7 assenti: Portas, Zampa, Monaco, Marzano e Zoggia probabilmente per scelta propria, Genovese per scelta giudiziaria, diciamo così. Tra i voti del Pd si contano anche quelli di 5 ministri: Boschi ovviamente, ma anche Gentiloni, Madia, Franceschini e Orlando. Nota geografica: sono emiliano-romagnoli i tre astenuti e uno dei non partecipanti al voto (Zampa);
  • Movimento 5 Stelle: dei 91 deputati una sola è in missione per motivi personali (Lupo);
  • Area Popolare (Ncd-Udc): conta una deputata-ministro in missione (Lorenzin) e un ministro votante (Alfano), dei 32 voti possibili però deve registrare l’assenza di 2 deputati: De Mita e Cera (entrambi ex Scelta civica);
  • battitori liberi: non sono pervenuti i voti sparsi di Caruso (PI-Cd), e poi di deputati dal Misto: Vaccaro fuoriuscito dal Pd nella stessa mattina del voto, Borghese (Maie), Prataviera, Bragantini e Caon (ex Lega), Iannuzzi e Fornari (ex M5S);
  • voti favorevoli: se si considerano credibili le dichiarazioni di voto finale allora dei 334 voti per l’Italicum si possono individuare: 30 di Ap, 12 di PI-Cd, 23 di ScpI (24-1 in astenuta: Galgano) e dal Misto: 6 di Minoranze linguistiche, 5 di Psi-Pli, 2 dal Maie (3-1 assente). Dei 13 deputati non iscritti ad alcuna componente, al netto dei 6 assenti e 2 contrari (v. dopo) restano 5 deputati ipoteticamente favorevoli per un totale di 83. A questi andrebbero, teoricamente, sommati i 303 del Pd, ma…
  • voti contrari: dei 61 voti contro l’Italicum si possono individuare: 9 della componente Alternativa Libera (10-1 deputato in missione: Artini), 1 di Forza Italia (F.S. Romano), 2 del Misto (Fava, Corsaro). Restano 49 voti contro da assegnare. In Aula nel Pd sono state tre le dichiarazioni in dissenso (Civati, Lattuca e Fassina).
    Se gli alleati del Pd sono stati corretti allora potremmo ipotizzare che 83 dei 334  voti favorevoli sono giunti da loro. Dai banchi dei democratici, quindi, sarebbero da contare 251 voti favorevoli (334-83= 251; 303-3 astenuti-251=49). 
Ciò significa che nel Pd 49 deputati avrebbero votato contro. I conti tornano ma il condizionale è d'obbligo perché nel segreto dell'urna nessuno ti vede...

martedì 28 aprile 2015

ITALICUM: VOTI PREGIUDIZIALI PASSAGGIO PRELIMINARE PER RENZI. FIDUCIA, PERCHE'?

In tarda mattinata l'Aula di Montecitorio vota le pregiudiziali di costituzionalità e quelle di merito oltre alla sospensiva proposte dalle opposizioni sull'Italicum
Le prime due votate a scrutinio segreto, la terza con voto palese. 
Il risultato, al netto della fuoriuscita dall'Aula di 6 deputati della minoranza Pd, è il seguente:

Pd + Ap (Ncd-Udc) + ScpI + PI-Cd = 381 (maggioranza senza assenti)
M5S + FI + Ln + Sel + FdI = 213 (opposizioni senza assenti)
Misto = 37 


Alla seduta del 28 aprile:
Presenti: 593 - Assenti: 37 (giustificati: 8 Pd, 2 Ap, 2 ScpI, 3 Misto)
Voti contrari a pregiudiziale: 384 (+3 voti rispetto a composizione base, +18 voti rispetto ai presenti della maggioranza al momento del voto)
Voti a favore: 209 (-4 voti rispetto a composizione base)

La matematica non è un'opinione e, d'altra parte, visti i numeri di oggi nemmeno la politica.
La questione è: la scelta di Renzi di porre la fiducia (e quindi affrontare le polemiche e la leva mediatica che avranno le varie minoranze, nonostante i numeri siano dalla sua) è un messaggio di estrema forza e inesorabilità contro le opposizioni interne e esterne oppure è una ulteriore salvaguardia per evitare incidenti di percorso e trappole a sorpresa da parte della minoranza Pd? 
Renzi vuole chiudere la partita con minoranza Pd e spaccare in via definitiva Forza Italia per avere il nuovo e più stabile quadro politico di governo (sostenuto da 290 Pd + 20 ex FI + 33 Ap + 25 ScpI + 13 PI-Cd)?

mercoledì 1 aprile 2015

Il sottosegretario, l'Anci e la lettera ai deputati.DL Enti Locali in arrivo?

Deputati ricevono una lettera dell’Anci. A veicolarla direttamente nelle caselle non è la posta ordinaria ma un deputato, grazie al suo timbro. 
Anci risparmia denaro e il deputato in questione si fa latore di una serie di richieste al Governo, tra le quali quella di emanare subito un decreto legge Enti Locali.
Chi è il deputato? Un sottosegretario dello stesso governo Renzi.

Angelo Rughetti, sottosegretario alla Funzione Pubblica, sostiene da tempo, e lo ribadisce oggi sulle pagine di Repubblica, la necessità di “accordare alle città metropolitane la possibilità di rinnovare i contratti ai precari anche se non hanno rispettato il patto di stabilità”. Si tratterebbe secondo l’esponente del governo di un valido strumento per permettere al tortuoso percorso di trasformazione delle province di vedere risolti i problemi con gli esuberi. Esuberi che le regioni hanno dichiarato di non essere più in condizione di assorbire. Regioni, come Lombardia, Veneto, Campania e Puglia che ricorsero contro la c.d. legge Delrio, n. 56/2014, ricevendo una sonora bocciatura dalla Corte Costituzionale appena qualche giorno fa (sentenza n.50/2015).
Secondo Rughetti si sarebbe trattato di un mero strumento dilatorio che ha rallentato il percorso della legge Delrio ma che non bloccherà la concretizzazione del provvedimento. Strumentalizzazioni che, secondo il sottosegretario Pd, potrebbero essere definitivamente sventate se il Governo accogliesse la proposta di allentare il vincolo del patto di stabilità per le città metropolitane.
Non è questa la sede per discutere nel merito dell’opinione e della proposta lanciata sulle pagine di Repubblica oggi dal sottosegretario alla Funzione Pubblica. Vale la pena sottolineare, però, che la medesima proposta è stata già sollevata dai diretti interessati, ovvero dall’Anci.
Qualche settimana fa, infatti, è arrivata ai deputati una lettera a firma del Presidente Anci, Piero Fassino, allegata alla quale c’era un’altra lettera: quella che lo scorso 4 marzo lo stesso Fassino, Dario Nardella (nella figura di Coordinatore delle Città Metropolitane) e una serie di sindaci hanno inviato al Presidente del Consiglio. Nella lettera diretta a Renzi oltre a richiedere l’emanazione di undecreto legge Enti locali, l’Anci chiedeva un incontro urgente per definire alcune questioni tra le quali proprio l’allentamento del patto al fine di permettere alle Città Metropolitane di garantire l’assorbimento del personale delle province.

Due note, quindi, un po’ stonate. La prima: un sottosegretario del Governo si fa latore di una proposta dei comuni italiani come fosse un parlamentare qualsiasi, assumendo una posizione che peraltro interessa direttamente le sue competenze governative, promuovendola a mezzo stampa come se da esponente dell’esecutivo non avesse la capacità di veicolare certe proposte di soluzione. La seconda: l'Anci non affronta spese di spedizione per far arrivare le lettere nella casella dei deputati, grazie ad un deputato che con il proprio timbro su ciascuna busta permette alle missive un percorso “preferenziale”, come se si trattasse di comunicazioni interne al Palazzo. Di chi era il timbro sulle buste? Del sottosegretario Angelo Rughetti. 

giovedì 23 gennaio 2014

Differenza di fondo tra Berlusconi e Renzi: il primo si è costruito un contesto, il secondo ci si è adeguato e ne ha tratto una lezione


Il problema è nostro. Nostro di noi cittadini, utenti, elettori, consumatori, osservatori, più o meno interessati, più o meno disattenti. Il problema, che poi non è un problema in senso stretto, non è di Matteo Renzi. Il problema non è Renzi e nemmeno Berlusconi, men che meno i loro rapporti politici e le scelte messe in campo.
La questione, in realtà, è che noi - quelli di cui sopra - tendenzialmente non abbiamo strumenti interpretativi e valutativi adeguati. In parte questo è imputabile ai cosiddetti opinion-makers, quelli seduti nei salotti televisivi, in una redazione o al proprio l'autopsia che dicono la loro, propinano idee, opinioni, punti di vista del tutto personali, spesso privi di alcuna veste tecnica o di imparzialità. A volte faziosi, altre ingenuamente disinteressati o propagazioni di interessi economici, editoriali, politici, ideali. In parte il gap di cui soffriamo in termini analitici è dovuto al contesto, alla generale e progressivamente ridotta fiducia nelle istituzioni, nella politica e nei politici. Un dubbio radicato, in parte giustificabile, in parte condivisibile, in parte assolutamente criticabile che rischia di immobilizzare piuttosto che mobilitare.
Stando così le cose abbiamo ben poche possibilità di comprendere le dinamiche, le logiche e le identità di questa fase storica del nostro Paese.
È facile, di fatto, farsi trascinare in sterili e deboli polemiche, dibattiti, confronti tipo 'chi è più furbo tra Renzi e Berlusconi?' oppure 'chi ha messo nel sacco chi tra i due?' e così via, trovandosi con il punto focale spostato da un approccio più gossipparo, da rotocalco, che analitico e informativo.
La questione, perché poco sopra abbiamo detto che di vero problema non si può parlare, è che Renzi, come del resto ciascuno è in buona parte il frutto dei tempi in cui si vive. In particolare, come ognuno di noi sotto i 45 anni, è il er prodotto di questi 20 anni di presenza nella scena politica di Berlusconi. Ovvero della presenza di un modello politico, comunicativo, sociale, comportamentale, culturale e identitario che è stato costruito prima di tutto attraverso una innovativa, efficace e martellante offerta mediatica (e quindi culturale, omportamentale, sociale) a partire dagli anni '80 e poi ulteriormente sviluppato attraverso un vero e proprio percorso di tipo elettorale, politico e amministrativo.
Renzi ai più non risulta interpretabile - se non attraverso categorie di dubbia utilità e di scarso valore- perché pur restando negli schemi dell'ultimo ventennio ha saputo scardinarli. Sia chiaro, non si tratta di un elogio nè di una apologia, si tratta di un dato di fatto. Renzi ha modellato la sua figura, la sua immagine e di conseguenza le sue logiche e le sue dinamiche sul modello di questi ultimi trent'anni (dicevamo 10 mediatici e 20 politici). Ciò non significa che sia un berlusconiano, ma che come noi è cresciuto con Drive-In, Pierino, i vari Rambo, Rocky, Terminator, Seagal, Norris, Paperissima, quiz vari, self-made men, etc. Come noi ha subito e in buona parte introiettato le regole comportamentali del market-oriented, l'idea di apparire prima ancora che di essere, di comunicare prima ancora che di fare.
Paradossalmente, pur essendo come qualsiasi italiano nato da i '70 in poi, un prodotto tipico italico, si fa fatica a comprenderne le logiche che noi stessi riconosciamo e conosciamo. Seguirle, cavalcarle a proprio uso e consumo, subirle o contrastarle, più o meno attivamente, appartiene ad un percorso secondario che deriva innanzitutto dal riconoscimento, una sorta di legittimazione inconscia, che operiamo e abbiamo operato nei riguardi di quelle logiche e di quelle dinamiche.
Renzi, a differenza di Berlusconi, ha costruito se stesso sulla base del contesto. Berlusconi, invece, il contesto se lo è costruito. Un habitat quasi perfetto in cui muoversi, fatto quasi a sua immagine e somiglianza, attingendo dai trend socio-commerciali internazionali, mixandoli con indubbio successo al substrato tradizionale nostrano che si trovò di fronte negli anni '70 e successivamente.
Da questo habitat, a differenza di altri, Matteo Renzi ha semplicemente ricavato equazioni funzionali e funzionanti per apparire diverso e al tempo stesso accettabile, preferibile, potenzialmente ottimale.
Se qualcuno sperava che 30 anni di quel modello socio-mediatico, definitivo comunemente berlusconismo (20 dei quali trascorsi con l'innesto quasi perfetto di un certo modello socio-politico), potessero portare ad un prodotto diverso da Matteo Renzi allora è, come sostenevo all'inizio, evidentemente sprovvisto di adeguati strumenti interpretativi e valutativi.
Meglio sarebbe, in questo caso, guardarsi alle spalle invece che stare ad ascoltare i soliti soloni che discettano di I, II e III repubblica.