giovedì 4 giugno 2015

Pillole elettorali/1. ‪‎Regionali‬ 2015: ‪Pd‬ e ‎M5S‬. Campania

Dopo ogni consultazione elettorale le opinioni, le idee e le valutazioni politiche contano ma ancor di più pesano i numeri. Freddi, lucidi, inappellabili, i numeri dicono come va e come non va permettendo di capire in poco più di qualche riga se un soggetto politico ha funzionato oppure no. 
Guardiamo cosa è accaduto dalle regionali 2010 fino a quelle 2015 passando per le politiche 2013 e per le europee 2014, alle varie liste.
Partiamo dalla Campania per proseguire verso le altre 6 regioni chiamate al voto il 31 maggio 2015.

Nelle regionali 2010 il Pd arrivò secondo, dietro il Pdl, con poco più di 590mila voti crescendo in occasione delle politiche 2013 di circa 160mila voti in più (653.173) e proseguendo il trend positivo fino alle europee 2014 quando raggiunse quota 823.183 voti. In questa tornata, nonostante la vittoria di De Luca, la lista del Pd ha visto un tracollo quasi dimezzando i voti (443.722). Dato preoccupante se si considera che nemmeno sommando quelli delle due liste “civiche”, De Luca Presidente (11.698) e Campania Libera (108.921), si sfiora il risultato del 2014. 
M5S dal canto suo disegna una parabola analoga nelle ultime due competizioni. Partiti nel 2010 con poco meno di 37mila voti hanno registrato il salto di qualità nel 2013 sfondando quota 660mila per poi ridursi a 528.371 nel 2014 e infine poco oltre i 328mila voti quest’anno. 
La ‪‎Lega‬ che in generale ha registrato il miglior risultato tra il 2010 e il 2015 non ha presentato alcuna lista alle regionali 2010 e alle ultime per cui non è possibile effettuare alcun confronto.

venerdì 8 maggio 2015

UK elections 2015: il maggioritario resiste e persiste

Negli ultimi giorni numerosi commentatori politici nostrani hanno dato per spacciata l’alternanza britannica e il carattere tendenzialmente bipartitico del Regno Unito. 
Certi commenti sono giunti a valle di quanto accaduto di recente nel nostro Paese con la approvazione della legge elettorale meglio nota come Italicum, non senza alcuni tentativi, sinceramente un po' bislacchi, di promuovere la riforma elettorale sostenendone le capacità stabilizza, o al contrario criticare spingendo sugli effetti disrappresentativi.
In molti, si potrebbe dire la stragrande maggioranza, hanno sostenuto con un parallelo assai rischioso che l’ingovernabilità tipicamente europea, intendendo con ciò la difficoltà per i governi di contare su maggioranze stabili con numeri certi e ampi in Parlamento, avrebbe colpito in occasione di questa tornata elettorale anche la culla della democrazia parlamentare europea nonché del bipartitismo e dell’alternanza.
A chi cerca di dimostrare capacità predittive va sempre riconosciuto il coraggio di esporsi, per quanto spesso tale esposizione non conduca di per sé ad alcuna responsabilità né a ridurre la credibilità dell’autore. 
Ad ogni modo, di seguito sono riportati i risultati delle ultime elezioni britanniche dal 1992 ad oggi in termini di seggi. Come si può notare ad esclusione del caso del 2010, quando i Conservatori non raggiunsero la maggioranza dei seggi attestandosi a 306 (invece che 326), non si ravvedono scostamenti rispetto al ‘normale’ funzionamento  del sistema elettorale britannico. 
Probabilmente, da un lato le elezioni suppletive e quelle europee che videro lo Ukip di Farage guadagnare un seggio in più alla Camera dei Comuni e 24 a Bruxellese, e dall'altro quelle nazionali in Scozia che condussero nel 2011 lo Scottish National Party (Snp) a conquistare la maggioranza del parlamento nazionale, hanno condotto gli osservatori italiani a considerare praticamente estinta la dinamica maggioritaria e bipartitica nel Regno Unito. 
I fatti dimostrano, almeno oggi per una volta ancora, che il sistema maggioritario britannico è invece ancora funzionante e redivivo, vista anche la controtendenza rispetto al 2010. Da niotare come si possa registrare un saldo zero tra il numero di seggi persi dai laburisti (-26) e dai liberali (-49), e quelli conquistati dagli scozzesi (+50) e dai conservatori (+35). 
Il sistema quindi rimane incentrato su due forze maggiori e maggioritarie, alle quali si aggiunge una terza forza relativamente minore come ormai consolidatosi dal 1997. Degno di nota è che la forza in questione ha un carattere nazionalista (scozzese) e quindi a differenza dei lib-dem non è di ispirazione unionista, diciamo così. D’altro canto, però, gli esiti del referendum scozzese del 2014 contribuiscono a porre una ipoteca sulla resistenza nel lungo periodo dello Scottish National Party.
Nota di colore: considerando che Cameron potrà governare con appena 5 seggi di scarto, sarà interessante osservare se la ben nota disciplina interna di partito continuerà a funzionare o se, come accade qui da noi, i franchi tiratori potranno avere un ruolo decisivo nelle dinamiche parlamentari.


giovedì 7 maggio 2015

Vitalizi a condannati: Sposetti (Pd) così lisciamo il pelo all'antipolitica si decida dopo le regionali

Ugo Sposetti, senatore, classe ’47, storico tesoriere Ds, è intervenuto nella mattina del 7 maggio nell’aula di Palazzo Madama sull’annunciata riunione degli uffici di presidenza di Camera e Senato in cui si dovrebbe deliberare sulla revoca dei vitalizi ai parlamentari condannati
L’appello rivolto, quello politico, è stato quello di decidere solo dopo la campagna elettorale in corso.
Oltre alle rimostranze dei senatori M5S, qualche minuto dopo è intervenuto il capogruppo Pd, Zanda, specificando che le dichiarazioni di Sposetti vanno considerate a mero titolo personale.
La questione dei vitalizi ai parlamentari condannati non è meramente una questione amministrativa ma, ovviamente, ha raccolto il consenso, l’interesse e le adesioni da parte di singoli, gruppi e associazioni, tra le quali Libera che il 6 maggio ha consegnato una petizione con oltre 500mila firme a sostegno della proposta di revoca dei vitalizi ai parlamentari condannati.

Nota tecnica: i vitalizi, come le altre competenze (amministrative) parlamentari, sono di esclusiva potestà di ciascuno dei due rami del Parlamento. Camera e Senato, come altri organi costituzionali, godono della particolare prerogativa di risolvere le controversie con i propri dipendenti per giurisdizione interna (autodichia). Al pari, tale ‘giurisdizione’ è declinata in termini disciplinari, amministrativi, etc. nei confronti dei deputati e dei senatori. I vitalizi, pertanto, così come furono introdotti dall’organo amministrativo potranno essere modificati, sospesi o aboliti solo dallo stesso organo amministrativo.
Nello specifico tale organo è l’Ufficio di Presidenza che conta al suo interno, oltre al Presidente i vicepresidenti, i segretari di presidenza e il collegio dei questori.
L’autodichia non è indicata espressamente nel dettato costituzionale ma la si fa discendere dagli articoli 64 e seguenti della Costituzione. Al pari, l’assoluta indipendenza e autonomia interna (amministrativa, contabile, disciplinare, giurisdizionale, etc.) dei due rami del Parlamento è indicata nel combinato disposto del primo comma art. 64 Cost. e, rispettivamente, degli articoli 12 e 67 Regolamento interno Camera, e degli articoli 8, 10 e 166 Regolamento interno Senato.

In vista della riunione degli Uffici di Presidenza di Camera e Senato e delle polemiche che seguranno le affermazioni del sen. Sposetti si riportano di seguito gli stralci del suo intervento:
«[…]. In altre occasioni ho parlato del mio dissenso da decisioni parlamentari spinte dall'antipolitica e dal populismo imperante grazie a organi di informazione pubblici e, comunque, in vita con risorse pubbliche. 
Riconfermo questa mattina che lisciare il pelo all'antipolitica non è un mestiere che ho mai amato e che non amo e spero di non amare mai. Non ho mai svolto questa professione. […] ma ho scelto di svolgere un lavoro politico per dare un contributo, seppur modesto, alla democrazia di questa Italia. Questa Italia ha bisogno di ricevere e, soprattutto i giovani di questa Italia, messaggi positivi. Questa Italia ha bisogno di sedi per creare cultura politica, santa cultura politica. Se poi si riuscisse a creare anche cultura di Governo, saremmo più fortunati.
Ecco il punto: notizie filtrate dai media ci dicono che gli Uffici di Presidenza di Senato e Camera si accingono ad adottare delibera per "cancellare l'erogazione dei trattamenti previdenziali erogati a titolo di assegno vitalizio o pensione a favore di senatori cessati dal mandato o condannati in via definitiva". La collega questore ci ha informato ieri, attraverso un quotidiano, che con il presidente Grasso hanno condotto una battaglia insieme e che lo apprezza. […] Ma in questa occasione dico alla collega questore e al Presidente del Senato che non c'è il mio apprezzamento, non c'è la mia fiducia. Riciclaggio, concorso esterno al reato di mafia, associazione a delinquere, coinvolto nel processo Enimont, processo Mondadori. Un soggetto che ha commesso un reato presentato così perché deve avere una lauta pensione pagata dai contribuenti? Dirò poi al termine del mio brevissimo intervento chi sono i titolari di queste pensioni. La Corte costituzionale con la sentenza n. 70 del 2015 dice: "Il legislatore non può eludere il limite della ragionevolezza". Il criterio di ragionevolezza è delineato dai principi contenuti dalla giurisprudenza negli articoli 36 e 38 della Costituzione. C'è poi un altro passaggio che mi ha colpito: «irrimediabile vanificazione delle aspettative legittimamente nutrite dal lavoratore per il tempo successivo alla cessazione della propria attività".
Perché cambiare le regole per donne e uomini - nel caso specifico si tratta solo di uomini, fortunatamente - che hanno lavorato con quelle regole in atto? Io cambio le regole all'inizio della mia attività lavorativa, all'inizio della legislatura. Io so che sto dentro questo recinto, quando inizio un impegno lavorativo e professionale, e che sto dentro queste regole. Ritengo che i membri del Consiglio di Presidenza si trovino di fronte ad un diritto inalienabile, un diritto acquisito, un diritto che matura con il versamento dei contributi del lavoratore e dell'azienda, un diritto alla sopravvivenza. Per chi ha fatto solo quel lavoro, scatta un diritto alla sopravvivenza. […] Mi si dirà che tuttavia è stata garantita la reversibilità. Nobile orientamento e nobile decisione. Però - attenti colleghi - il diritto alla sopravvivenza dei congiunti e dei figli è garantito solo a condizione che il senatore non sia solo un ex, ma sia anche...
Rivolgo una supplica al Presidente del Senato: queste discussioni, questi atti non si compiono durante la campagna elettorale»

martedì 5 maggio 2015

I nomi (e i numeri) dell’Italicum da ricordare per il futuro

Alle 18 passate di lunedì 4 maggio l’Aula di Montecitorio ha approvato l’Italicum.
Dalla mattina le agenzie hanno cominciato a battere la notizia che le opposizioni sarebbero rimaste fuori dall’Aula. Nel corso della giornata è stato specificato che in caso di voto segreto le opposizioni avrebbero lasciato l’Aula, in caso di voto palese sarebbero rimasti per votare contro, al fine di evitare possibili sostegni non dichiarati a Renzi.
Il gruppo maggiormente  a rischio sarebbe stato Forza Italia con i suoi oltre 20 dissidenti interni pronti a sostenere l’Italicum nella libertà di coscienza garantitagli a segreto.  
L’impegno a restare fuori con il voto segreto ha livellato la gestione mediatica e soprattutto politica dei gruppi conducendo così Forza Italia (70), Sel (24), M5S (91), Lega (17) e FdI (8) a disertare la votazione. Assieme a loro alcuni deputati del Misto (ex leghisti, ex grillini, etc) e del Pd.
Il risultato lo conosciamo: presenti 399, votanti 395, favorevoli 334, contrari 61, astenuti 4. Gli assenti totali quindi sono stati 231, 16 dei quali in missione. 
Questi i numeri e i nomi nel dettaglio di chi c’era e chi non c’era
  • Forza Italia: fa venire meno 69 voti su 70 ma di questi ben 8 erano in missione ovvero non conteggiati per il calcolo dei presenti e votanti. Tra questi 8 vi sono i presidenti di commissioni permanenti come Sisto (Affari Costituzionali), Vito (Difesa), Capezzone (Finanze), commissioni che andranno a rinnovo a breve; Ravetto e Brambilla rispettivamente presidenti del Comitato Schengen e della Commissione Infanzia e adolescenza; Fontana uno dei tre questori.
  • Fratelli d’Italia: conta 2 deputati in missione: Larussa e Cirielli rispettivamente presidente della Giunta per le autorizzazioni e Segretario di presidenza a Montecitorio (cariche non a rinnovo), gli altri 6 contribuiranno a far venire meno il numero di voti validi;
  • Partito Democratico: conta 1 deputata in missione (Cimbro), 3 astenuti: Lenzi, Incerti e Fabbri, e ben 7 assenti: Portas, Zampa, Monaco, Marzano e Zoggia probabilmente per scelta propria, Genovese per scelta giudiziaria, diciamo così. Tra i voti del Pd si contano anche quelli di 5 ministri: Boschi ovviamente, ma anche Gentiloni, Madia, Franceschini e Orlando. Nota geografica: sono emiliano-romagnoli i tre astenuti e uno dei non partecipanti al voto (Zampa);
  • Movimento 5 Stelle: dei 91 deputati una sola è in missione per motivi personali (Lupo);
  • Area Popolare (Ncd-Udc): conta una deputata-ministro in missione (Lorenzin) e un ministro votante (Alfano), dei 32 voti possibili però deve registrare l’assenza di 2 deputati: De Mita e Cera (entrambi ex Scelta civica);
  • battitori liberi: non sono pervenuti i voti sparsi di Caruso (PI-Cd), e poi di deputati dal Misto: Vaccaro fuoriuscito dal Pd nella stessa mattina del voto, Borghese (Maie), Prataviera, Bragantini e Caon (ex Lega), Iannuzzi e Fornari (ex M5S);
  • voti favorevoli: se si considerano credibili le dichiarazioni di voto finale allora dei 334 voti per l’Italicum si possono individuare: 30 di Ap, 12 di PI-Cd, 23 di ScpI (24-1 in astenuta: Galgano) e dal Misto: 6 di Minoranze linguistiche, 5 di Psi-Pli, 2 dal Maie (3-1 assente). Dei 13 deputati non iscritti ad alcuna componente, al netto dei 6 assenti e 2 contrari (v. dopo) restano 5 deputati ipoteticamente favorevoli per un totale di 83. A questi andrebbero, teoricamente, sommati i 303 del Pd, ma…
  • voti contrari: dei 61 voti contro l’Italicum si possono individuare: 9 della componente Alternativa Libera (10-1 deputato in missione: Artini), 1 di Forza Italia (F.S. Romano), 2 del Misto (Fava, Corsaro). Restano 49 voti contro da assegnare. In Aula nel Pd sono state tre le dichiarazioni in dissenso (Civati, Lattuca e Fassina).
    Se gli alleati del Pd sono stati corretti allora potremmo ipotizzare che 83 dei 334  voti favorevoli sono giunti da loro. Dai banchi dei democratici, quindi, sarebbero da contare 251 voti favorevoli (334-83= 251; 303-3 astenuti-251=49). 
Ciò significa che nel Pd 49 deputati avrebbero votato contro. I conti tornano ma il condizionale è d'obbligo perché nel segreto dell'urna nessuno ti vede...

mercoledì 29 aprile 2015

LA STORIA E L'ITALICUM. QUALCHE UTILE DATO OGGETTIVO




Sull'‎Italicum‬ si sono rincorsi numerosi richiami e citazioni storiche, oltre che considerazioni politiche e politologiche. Di seguito qualche dato storico, oggettivo, che può aiutare a fare chiarezza sulle opinioni, soggettive.

La legge Acerbo (1923) fu votata durante il Regno d'Italia. Grazie ad essa si poté dare vita, effettivamente, alla dittatura fascista a partire dal 1924 (anno delle elezioni). 
La legge Scelba o, come chiamata dalle opposizioni, "legge truffa" (1953) venne adottata in pieno periodo repubblicano.
La prima fu approvata sotto il governo Mussolini, la seconda con il governo De Gasperi. I relatori della proposta di legge furono rispettivamente Casertano e Moro (Aldo).
La prima passò con 223 voti su 346, la seconda con 332 su 349.

p.s. la "legge truffa" non fu chiamata così dalle opposizioni per l'iter parlamentare con cui fu adottata ma per gli effetti disrappresentativi che riportava. ‪

I VOTI PD ALLA FIDUCIA E I POSSIBILI INCENTIVI A SOSTENERE L'ITALICUM

I casi della vita: 

1) le Commissioni permanenti di Montecitorio si rinnovano ogni biennio, come da art. 20 c. 5 del Regolamento, (anche con possibile riconferma degli incarichi), ovvero nelle prime settimane di maggio 2015;

2) per la maggioranza trasversale del Governo Letta, nel 2013 all'allora Pdl vennero dati i presidenti di 5 commissioni su 14 (I, III, IV, VI, VII) dopo la scissione tra FI e Ncd alla prima (opposizione) rimasero 3 presidenze di commissione (I, IV, VI). Escluse le posizioni dell'alleato di governo, quelle dell'ex alleato dovrebbe essere acquisite dallo stesso Pd e da altre forze di maggioranza;

3) al Pd, partito di maggioranza, vennero assegnate le restanti presidenze di commissione (II, V, VIII, IX, X, XI, XIII, XIV) tranne la XII che andò a ScpI;

4) nel passaggio dal Governo Letta a quello Renzi e in occasione di riforme quali l'Italicum e il Jobs Act una parte del Pd ha manifestato la propria contrarietà, più che altro nelle sedi di partito invece che in quelle istituzionali. Il Pd si trova quindi con ben 3 presidenti di commissione della cosiddetta minoranza (Boccia per la V-Bilancio, Damiano per la XI-Lavoro e Epifani per la X-Attività produttive);

5) dopo l'uscita dall'Aula di 17 deputati Pd in occasione del voto palese sulla sospensiva del 28 aprile 2015 (tra i quali Bersani), e dopo l'annuncio dell'ex capogruppo Speranza di non votare la fiducia alcuni prevedono una sorta di redde rationem democrats;

6) oggi sulla stampa Boccia e Damiano sostengono che voteranno, con ogni probabilità, la fiducia. Il primo perché avrebbe sentito i circoli di provenienza ricevendo da questi un via libera al voto, il secondo perché ribadisce che non andrebbe mai contro il Governo.

E' un caso, lo so...

martedì 28 aprile 2015

ITALICUM: VOTI PREGIUDIZIALI PASSAGGIO PRELIMINARE PER RENZI. FIDUCIA, PERCHE'?

In tarda mattinata l'Aula di Montecitorio vota le pregiudiziali di costituzionalità e quelle di merito oltre alla sospensiva proposte dalle opposizioni sull'Italicum
Le prime due votate a scrutinio segreto, la terza con voto palese. 
Il risultato, al netto della fuoriuscita dall'Aula di 6 deputati della minoranza Pd, è il seguente:

Pd + Ap (Ncd-Udc) + ScpI + PI-Cd = 381 (maggioranza senza assenti)
M5S + FI + Ln + Sel + FdI = 213 (opposizioni senza assenti)
Misto = 37 


Alla seduta del 28 aprile:
Presenti: 593 - Assenti: 37 (giustificati: 8 Pd, 2 Ap, 2 ScpI, 3 Misto)
Voti contrari a pregiudiziale: 384 (+3 voti rispetto a composizione base, +18 voti rispetto ai presenti della maggioranza al momento del voto)
Voti a favore: 209 (-4 voti rispetto a composizione base)

La matematica non è un'opinione e, d'altra parte, visti i numeri di oggi nemmeno la politica.
La questione è: la scelta di Renzi di porre la fiducia (e quindi affrontare le polemiche e la leva mediatica che avranno le varie minoranze, nonostante i numeri siano dalla sua) è un messaggio di estrema forza e inesorabilità contro le opposizioni interne e esterne oppure è una ulteriore salvaguardia per evitare incidenti di percorso e trappole a sorpresa da parte della minoranza Pd? 
Renzi vuole chiudere la partita con minoranza Pd e spaccare in via definitiva Forza Italia per avere il nuovo e più stabile quadro politico di governo (sostenuto da 290 Pd + 20 ex FI + 33 Ap + 25 ScpI + 13 PI-Cd)?

L'ITALICUM ALLA PROVA DELLE QUESTIONI PREGIUDIZIALI E DELLA SOSPENSIVA










Oggi alla Camera dei Deputati in occasione dell'esame dell'Italicum (A.C. 3-B-bis e abb.) saranno discusse e votate le questioni pregiudiziali e sospensive di cui all'articolo 40 del Regolamento interno. 
Nello specifico sono state presentate 4 pregiudiziali di costituzionalità dai gruppi di Sel, Lega Nord, Movimento 5 Stelle e Forza Italia; 3 pregiudiziali di merito da Sel, Movimento 5 Stelle e Lega Nord e infine da parte della sola Forza Italia una questione sospensiva.
Con quest'ultima si mira a rinviare ad una certa data l'esame del provvedimento mentre le pregiudiziali sono proposte per non discutere il provvedimento, infatti nel caso fossero approvate chiuderebbero l'iter legislativo.
Le pregiudiziali, come accennato sopra, possono essere di costituzionalità, qualora si ritenga che le norme del testo in esame siano incostituzionali, oppure di merito, laddove si faccia leva su questioni di opportunità politica. Laddove sono presenti più questioni pregiudiziali l'Assemblea svolge comunque una unica discussione e una unica votazione differenziando solo tra pregiudiziali di merito e di costituzionalità. La stessa cosa accade per le sospensive se ve ne sono più di una.
Si tratta di strumenti squisitamente politici che possono assumere ancora maggior peso politico e mediatico, tanto per le opposizioni quanto per la maggioranza, quando le votazioni sono poste a scrutinio segreto.
Questi e altri temi saranno affrontati sul piano teorico e su quello pratico attraverso case history e prove in classe nel prossimo Corso per assistente parlamentare e consigliere politico svolto dall'Associazione Professione Parlamento

mercoledì 1 aprile 2015

Il sottosegretario, l'Anci e la lettera ai deputati.DL Enti Locali in arrivo?

Deputati ricevono una lettera dell’Anci. A veicolarla direttamente nelle caselle non è la posta ordinaria ma un deputato, grazie al suo timbro. 
Anci risparmia denaro e il deputato in questione si fa latore di una serie di richieste al Governo, tra le quali quella di emanare subito un decreto legge Enti Locali.
Chi è il deputato? Un sottosegretario dello stesso governo Renzi.

Angelo Rughetti, sottosegretario alla Funzione Pubblica, sostiene da tempo, e lo ribadisce oggi sulle pagine di Repubblica, la necessità di “accordare alle città metropolitane la possibilità di rinnovare i contratti ai precari anche se non hanno rispettato il patto di stabilità”. Si tratterebbe secondo l’esponente del governo di un valido strumento per permettere al tortuoso percorso di trasformazione delle province di vedere risolti i problemi con gli esuberi. Esuberi che le regioni hanno dichiarato di non essere più in condizione di assorbire. Regioni, come Lombardia, Veneto, Campania e Puglia che ricorsero contro la c.d. legge Delrio, n. 56/2014, ricevendo una sonora bocciatura dalla Corte Costituzionale appena qualche giorno fa (sentenza n.50/2015).
Secondo Rughetti si sarebbe trattato di un mero strumento dilatorio che ha rallentato il percorso della legge Delrio ma che non bloccherà la concretizzazione del provvedimento. Strumentalizzazioni che, secondo il sottosegretario Pd, potrebbero essere definitivamente sventate se il Governo accogliesse la proposta di allentare il vincolo del patto di stabilità per le città metropolitane.
Non è questa la sede per discutere nel merito dell’opinione e della proposta lanciata sulle pagine di Repubblica oggi dal sottosegretario alla Funzione Pubblica. Vale la pena sottolineare, però, che la medesima proposta è stata già sollevata dai diretti interessati, ovvero dall’Anci.
Qualche settimana fa, infatti, è arrivata ai deputati una lettera a firma del Presidente Anci, Piero Fassino, allegata alla quale c’era un’altra lettera: quella che lo scorso 4 marzo lo stesso Fassino, Dario Nardella (nella figura di Coordinatore delle Città Metropolitane) e una serie di sindaci hanno inviato al Presidente del Consiglio. Nella lettera diretta a Renzi oltre a richiedere l’emanazione di undecreto legge Enti locali, l’Anci chiedeva un incontro urgente per definire alcune questioni tra le quali proprio l’allentamento del patto al fine di permettere alle Città Metropolitane di garantire l’assorbimento del personale delle province.

Due note, quindi, un po’ stonate. La prima: un sottosegretario del Governo si fa latore di una proposta dei comuni italiani come fosse un parlamentare qualsiasi, assumendo una posizione che peraltro interessa direttamente le sue competenze governative, promuovendola a mezzo stampa come se da esponente dell’esecutivo non avesse la capacità di veicolare certe proposte di soluzione. La seconda: l'Anci non affronta spese di spedizione per far arrivare le lettere nella casella dei deputati, grazie ad un deputato che con il proprio timbro su ciascuna busta permette alle missive un percorso “preferenziale”, come se si trattasse di comunicazioni interne al Palazzo. Di chi era il timbro sulle buste? Del sottosegretario Angelo Rughetti. 

giovedì 23 gennaio 2014

Differenza di fondo tra Berlusconi e Renzi: il primo si è costruito un contesto, il secondo ci si è adeguato e ne ha tratto una lezione


Il problema è nostro. Nostro di noi cittadini, utenti, elettori, consumatori, osservatori, più o meno interessati, più o meno disattenti. Il problema, che poi non è un problema in senso stretto, non è di Matteo Renzi. Il problema non è Renzi e nemmeno Berlusconi, men che meno i loro rapporti politici e le scelte messe in campo.
La questione, in realtà, è che noi - quelli di cui sopra - tendenzialmente non abbiamo strumenti interpretativi e valutativi adeguati. In parte questo è imputabile ai cosiddetti opinion-makers, quelli seduti nei salotti televisivi, in una redazione o al proprio l'autopsia che dicono la loro, propinano idee, opinioni, punti di vista del tutto personali, spesso privi di alcuna veste tecnica o di imparzialità. A volte faziosi, altre ingenuamente disinteressati o propagazioni di interessi economici, editoriali, politici, ideali. In parte il gap di cui soffriamo in termini analitici è dovuto al contesto, alla generale e progressivamente ridotta fiducia nelle istituzioni, nella politica e nei politici. Un dubbio radicato, in parte giustificabile, in parte condivisibile, in parte assolutamente criticabile che rischia di immobilizzare piuttosto che mobilitare.
Stando così le cose abbiamo ben poche possibilità di comprendere le dinamiche, le logiche e le identità di questa fase storica del nostro Paese.
È facile, di fatto, farsi trascinare in sterili e deboli polemiche, dibattiti, confronti tipo 'chi è più furbo tra Renzi e Berlusconi?' oppure 'chi ha messo nel sacco chi tra i due?' e così via, trovandosi con il punto focale spostato da un approccio più gossipparo, da rotocalco, che analitico e informativo.
La questione, perché poco sopra abbiamo detto che di vero problema non si può parlare, è che Renzi, come del resto ciascuno è in buona parte il frutto dei tempi in cui si vive. In particolare, come ognuno di noi sotto i 45 anni, è il er prodotto di questi 20 anni di presenza nella scena politica di Berlusconi. Ovvero della presenza di un modello politico, comunicativo, sociale, comportamentale, culturale e identitario che è stato costruito prima di tutto attraverso una innovativa, efficace e martellante offerta mediatica (e quindi culturale, omportamentale, sociale) a partire dagli anni '80 e poi ulteriormente sviluppato attraverso un vero e proprio percorso di tipo elettorale, politico e amministrativo.
Renzi ai più non risulta interpretabile - se non attraverso categorie di dubbia utilità e di scarso valore- perché pur restando negli schemi dell'ultimo ventennio ha saputo scardinarli. Sia chiaro, non si tratta di un elogio nè di una apologia, si tratta di un dato di fatto. Renzi ha modellato la sua figura, la sua immagine e di conseguenza le sue logiche e le sue dinamiche sul modello di questi ultimi trent'anni (dicevamo 10 mediatici e 20 politici). Ciò non significa che sia un berlusconiano, ma che come noi è cresciuto con Drive-In, Pierino, i vari Rambo, Rocky, Terminator, Seagal, Norris, Paperissima, quiz vari, self-made men, etc. Come noi ha subito e in buona parte introiettato le regole comportamentali del market-oriented, l'idea di apparire prima ancora che di essere, di comunicare prima ancora che di fare.
Paradossalmente, pur essendo come qualsiasi italiano nato da i '70 in poi, un prodotto tipico italico, si fa fatica a comprenderne le logiche che noi stessi riconosciamo e conosciamo. Seguirle, cavalcarle a proprio uso e consumo, subirle o contrastarle, più o meno attivamente, appartiene ad un percorso secondario che deriva innanzitutto dal riconoscimento, una sorta di legittimazione inconscia, che operiamo e abbiamo operato nei riguardi di quelle logiche e di quelle dinamiche.
Renzi, a differenza di Berlusconi, ha costruito se stesso sulla base del contesto. Berlusconi, invece, il contesto se lo è costruito. Un habitat quasi perfetto in cui muoversi, fatto quasi a sua immagine e somiglianza, attingendo dai trend socio-commerciali internazionali, mixandoli con indubbio successo al substrato tradizionale nostrano che si trovò di fronte negli anni '70 e successivamente.
Da questo habitat, a differenza di altri, Matteo Renzi ha semplicemente ricavato equazioni funzionali e funzionanti per apparire diverso e al tempo stesso accettabile, preferibile, potenzialmente ottimale.
Se qualcuno sperava che 30 anni di quel modello socio-mediatico, definitivo comunemente berlusconismo (20 dei quali trascorsi con l'innesto quasi perfetto di un certo modello socio-politico), potessero portare ad un prodotto diverso da Matteo Renzi allora è, come sostenevo all'inizio, evidentemente sprovvisto di adeguati strumenti interpretativi e valutativi.
Meglio sarebbe, in questo caso, guardarsi alle spalle invece che stare ad ascoltare i soliti soloni che discettano di I, II e III repubblica.

sabato 20 aprile 2013

Svolta presidenzialista. Ringraziamo B. e Napolitano

Alla fine Berlusconi porterà a casa un altro merito: quello di aver dato la svolta presidenziali sta a questa Repubblica e non con un putsch come molti paventavano negli scorsi anni.
Di fatto, il ruolo del Capo dello Stato, rilevante nella nostra Costituzione come può esserlo un presidente in una repubblica parlamentare pura, ha avuto la prima vitale legittimazione politica - a scapito di quella istituzionale - a causa delle vicende e delle politiche perseguite dal governo berlusconiano e dal Pdl.
I tentativi di modificare la stessa carta costituzionale per garantirsi l'immunità necessaria a evitare i processi, le prove tecniche per imbrigliare il dettato costituzionale al fine di permettere future storture e svolte, appunto, presidenzialiste sono stati i veri detonatori del salto di qualità che il ruolo del Presidente della Repubblica ha registrato agli occhi dell'opinione pubblica e nell'immaginario collettivo.
Il 'non ci sto' di Scalfaro e alcune prese di posizione importanti di Ciampi dimostrarono già come l'inquilino del Quirinale non fosse un semplice notaio ma potesse insufflare nel dibattito politico e istituzionale elementi correttivi e migliorativi del percorso intrapreso, piu o meno responsabilmente, dai partiti nel Parlamento. 
Ma la vera svolta, il passaggio dalla blanda 'moral suasion' all'uso di strumenti extra-ruolo si è avuta solo nel settennato di Napolitano (che in queste ore si accinge probabilmente ad inaugurare un secondo mandato) prima con le blande prese di posizione contro Berlusconi, poi con l'avvio di na procedura di progressiva sostituzione al suo governo con la concreta costruzione - fuori da ogni recinto normativo e di prassi - di un governissimo tecnico-europeo (trasformatosi in breve in un pessimo esempio di tecnicissima politica con la candidatura di Monti a premier), infine con la formazione del comitato di 10 saggi scelti con criteri più che discutibili e con obiettivi ancora oggi incomprensibili. 
Saggi che si riuniscono in commissioni speciali prive di alcuna rappresentatività e soprattutto prive di alcuna istituzionalità nonostante la genesi di diretta emanazione del Presidente della Repubblica, anche questo un caso privo di ogni riferimento normativo o di prassi. 
Insomma, se Napolitano ha potuto ció che ha potuto è merito di Berlusconi e, se alla luce dell'estrema instabilità politico-istituzionale che ha trascinato nella crisi persino l'elezione del Capo dello Stato, si intravvede la (in)opportunità di una riforma costituzionale in senso presidenzialista è sempre (de)merito del Cavaliere.
Con l'ovvia, quanto ancor più probabile, combinazione di un sistema elettorale alla francese, semi presidenzialista a doppio turno che permette, in teoria, governi stabili sempre che non si incappi nella coabitazione che il caso italiano potrebbe tradurre in uno stallo e una condizione di persino maggiore instabilità e irresponsabilità rispetto a quella odierna. 
Chi ne gioverà, probabilmente, non saranno nè i cittadini italiani nè le istituzioni, ma almeno nel brevissimo periodo quei partiti o movimenti al momento più solidi, con una comunicazione più lineare e diretta, nonché con un sistema di governance interno disciplinato e irregimentato combinato ad un sistema di selezione della classe dirigente e del candidato presidente immediato, elementare e largamente (seppur irrilevante ai fini rappresentativi) condiviso. Vi viene in mente un partito o un movimento in particolare?

giovedì 18 aprile 2013

Le (vere) ragioni di Renzi per dire NO

Ci sono ragioni per il no di Renzi a Marini che sono squisitamente politiche e diverse da quelle che il sindaco di Firenze voglia farci credere.
Ha ragione, ad esempio, quando sostiene che l'ex presidente del Senato non rappresenta il paese odierno. Condivisibile la critica nei confronti di una figura di vecchio stampo, non tanto per l'età anagrafica, quanto per quella politica e per il retaggio di un 'certo tipo di politica' vecchia, seppur ancora non decrepita, che non farebbe gli interessi del Paese.
Ha ragione quando punta il dito contro Bersani bollando l'operazione "Lupo marsicano" come una tattica  del tutto sviluppata a fini di governance interna da parte del Segretario democratico.
Ma in questo senso ,e proprio in questi termini, Renzi commette l'errore di esporsi ad una analisi e ad una interpretazione meno generiche e forse più adatte al core del suo discorso: gli equilibri interni al Pd dal punto di vista dei moderati cattolici di cui si è fatto e si sta facendo promotore.
Inoltre c'è da registrare, almeno al momento, una certa convergenza tra gli obiettivi dei dalemiani e quelli dei renziani che è quella di far fuori la dirigenza attuale (bersaniano-franceschiniana) per riavviare un upgrade strutturale e gestionale del Pd.
 
Renzi infatti 'deve' silurare Marini perchè quest'ultimo rappresenta l'espressione di un'area del Pd in diretta competizione con il sindaco di Firenze. Lo si evicne persino dall'approccio e dal passo dialettico di Renzi che ieri sera a Le Invasioni Barbariche si è soffermato per ben due occasioni sulla cattolicità sua e di Marini.
In ballo per l'enfant prodige della Dc post-Mani pulite c'è la leaderhip moderata attraverso la quale conquistare quella dell'intero Pd. Un percorso possibile grazie al malcontento e al disagio socioeconomico che stanno caratterizzando il Paese.
Da un lato Renzi cavalca, sulla scia dell'approccio cristiano-sociale, il disagio cercando di filtrandone gli elementi squisitamente prepolitici e usando il grimaldello anticasta in funzione non solo critica ma anche, e soprattutto, positiva e propositiva. Dall'altro offre e propone agli scontenti e ai non facinorosi (che sono la stragrande maggioranza) una serie di appigli concettuali e di strumenti (politici e post politici) per sperare in un futuro migliore, puntando ad affrontare la crisi sociopolitica e socioeconomica non attraverso la catarsi del passaggio distruzione/ricostruzione ma attraverso un approccio mutuato dagli Usa e in particolare da tre figure di forte ascendente come JFK, suo fratello Robert e, ovviamente, Obama. Guardare al futuro avendo il coraggio di rompere con il passato nell'idea unidirezionale di forward, dell'avanzamento senza marce in dietro, del movimento continuo, però verso un traguardo visibile, condivisibile e per questo raggiungibile, fuori da ogni ragionevole dubbio.
 
In questo senso va individuata l'aspra critica che Renzi muove a Marini e ad un'ampia fetta dei dirigenti di area moderata. In termini tattici la scelta di Bersani e l'accordo con Berlusconi rappresentano per Renzi il migliore punto di partenza perchè legittima la considerazione: "questo Pd, così come è, è morto!" e resetta la memoria dell'opinione pubblica sulla sua presunta vicinanza a B.: "Bersani sarà pure peggio di Renzi se alla fine per il Colle ha fatto l'inciucio con B., a differenza di Renzi".
Non si tratta, però, di una corsa alla frantumazione del Pd, ma dell'esatto contrario e della condivisione di un medesimo obiettivo di lungo periodo individuato dallo stesso Bersani e dal suo entourage: creare un mastodontico contenitore politico che raccolga al suo interno i moderati cattolici, i riformisti e la sinistra. Solo che nei progetti del Segretario il nuovo Pd avrebbe dovuto ospitare una componente moderata renziana e una componente di sinistra vendoliana guidate con opportuna saggezza ma assoluta determinazione dallo stesso Bersani.
In realtà, al di là del leader, si tratta di un progetto di lungo corso, santificato in via di principio da Prodi e dallo stesso D'Alema, avviato con l'Ulivo nel 2006 e rilanciato poi nel 2008 quando con il neonato Pd veltroniano (quello del 33%) sembrava si fosse ad un passo dalla sua creazione. Una vasta area di governo con i partiti della sinsistra radicale fuori dall'agone politico, con l'ala diessina meno moderata, quella di Sinistra Democratica, nata già morta e un alleato, per quanto convenientemente piccolo come l'IdV, moderato ma con un certo appeal antipolitico che riuscisse a captare malcontento (quello più annacquato) antidiessino e antidemocristiano facendo - in teoria - da margine alla montante ondata antipolitica del Vaffaday.
Si tratta negli asupici dei suoi ideatori di un molosso politico finalmente al passo con i tempi, ovvero multiforme, multiplurale, multipolare e di fatto buono per tutte, o quasi tutte, le stagioni.
Un progetto che non è naufragato e probabilmente non naufragherà con l'abbattimento di Bersani (vivaddio il Pd è l'unica formazione non lideristica nè personalistica).
In questo progetto Matteo Renzi è di fatto uno dei due Dioscuri che traghetteranno il Pd in una nuova era che, a dirla tutta, avrà molto di nuovo ma anche tanto della così vituperata vecchia politica. L'altro, che piaccia o no, è Massimo D'Alema che ancora ieri sera in assemblea Pd veniva dato come migliore alternativa a Marini per il Quirinale.
D'altra parte Renzi e D'Alema non hanno mai dissimulato la propria reciproca malsopportazione, ma chi meglio di due acerrimi avversari per costituire un asse, informale, e porre fine alla prima fase del Pd? Poi a ciascuno il suo: il primo a guidare il nuovo Pd (o il soggetto che lo sostituirà) e il secondo a tramare nell'ombra cercando di assassinare (politicamente) il leader del momento dopo aver contribuito fattivamente a farlo diventare tale.

lunedì 8 aprile 2013

Il ricordo, a breve scadenza, dei suicidati dalla crisi

L'elemento comune di ogni drammatico caso di suicidio dovuto alle difficili condizioni economiche in cui versavano le vittime è il bailamme che si produce nei giorni successivoglio il conseguente vortice di analisi, commenti, invettive, proposte e ipotesi più o meno creative che ci si affretta a buttare nel tritacarne mediatico.
Di storie come quelle di Romeo Dionisi e di Anna Maria Sopranzi da Civitanova Marche ce ne sono, purtroppo, a bizzeffe nel nostro paese, così come negli altri. Storie che sembrano comuni almeno fino a che un epilogo tristemente tragico non le trasforma in storie da narrare, da sviscerare, da usare come grimaldello squisitamente mediatico - nella maggior parte dei casi -, strumentalmente politico - in qualche caso - e strettamente funzionale, risolutivo e propositivo - in una microscopica percentuale di casi.

Insomma, di tutto questo carrozzone il dato peggiore sarà l'oblio che avvolgerà i nomi di Romeo e Annamaria, così come ha avvolto i nomi di Francesco Fabbri, Walter Ornago, Michele Calì e di tutti gli altri che oggi vivono esclusivamente nel ricordo e del ricordo dei loro cari. 
C'è poi chi non si accontenta di raccontare la storia del momento ma si lancia nella cronistoria dei casi analoghi in modo da offrire una case history dal vago senso professionale, così, tanto per non fare la parte di quello che scrive ad hoc sul tema.

È giusto parlare di loro, delle loro vite, delle loro esistenze conclusesi così drammaticamente? Si, non solo è giusto ma è fondamentale perché le loro storie non restino tali.
Ma è giusto farlo in questo modo pret-à-porter? No, non solo non lo è, ma è profondamente irrispettoso, offensivo e soprattutto da codardi rincorrere la tragedia e cavalcarla, rivolgerle un'attenzione tanto marcata e morbosa quanto subitanea e volubile. 

Forse, anche per questo motivo, almeno le contestazioni e le critiche rivolte nei confronti delle figure istituzionali andrebbero considerate e interpretate dai media, dalla politica e dagli opinionisti fuori dalle consuete e sottostimanti categorie del qualunquismo, dell'antipolitica o dell'autoreferenzialità.



mercoledì 3 aprile 2013

Ve la do io la strategia!

L’accanimento con cui i media nazionali e locali si rivolgono contro, a favore e in generale verso il tema Movimento 5 Stelle è evidente.
I cosiddetti ‘grillini’ sono il focus del momento, e a ben ragione, nonostante tutto, se lo stanno meritando. Meritano un po’ meno sia l’estrema cieca fiducia che molti ripongono in loro, sia l’eccessivo sospetto con il quale altrettanti accolgono ogni dichiarazione e ogni gesto dei pentastellati.
Medesimo ingiustificato approccio lo si è registrato in queste giornate a seguito delle scelte fatte da Movimento 5 Stelle sulla formazione del governo e sui nomi da indicare. Ebbene, se da cittadino posso dirmi in qualche misura preoccupato per l’immobilismo che sta caratterizzando la politica italiana (non meno ovviamente della svolta iper-presidenzialista e extra-costituzionale intrapresa da Napolitano), da osservatore non posso non condividere le scelte perseguite dai ‘grillini’.
M5S è una formazione politica – chiamatela come volete: movimento, associazione o partito fluido – che ha come unica e inestimabile moneta di scambio la credibilità. 
I grillini, infatti, non hanno pedigree né esperienze che possano testimoniarne le capacità, le competenze e le potenzialità, almeno nella politica e nell’amministrazione. Elementi importanti per offrirsi nelle prossime competizioni che potrebbero non essere adeguatamente maturate (o quanto meno dimostrate) nel corso di una legislatura troppo breve. 
Nel Movimento 5 Stelle ciascuno vale uno ma nella sostanza la vera forza sta nel numero e nella falange (per fortuna non armata) che i neoeletti compongono, nella coesione e nello spirito di squadra, qualcuno lo definirebbe cameratismo, che li contraddistingue.
Ogni scelta che si allontana anche solo minimamente da questa combinazione è foriera di danni in termini di consenso e di sostegno che una formazione politica nuova e fluida come M5S non può permettersi.
Di fatto, agli antipodi del multiformismo perseguito e costitutivo del Pd, in antitesi con il depauperamento individuale che caratterizza il Pdl, il M5S si fonda su una piattaforma partecipativa monolitica ed open source, purché l'accesso sia strettamente vincolato al rispetto (intransigente) di principi e leggi cardine interni al movimento.
La coesione e la forzata omogeinità, così mal sopportate da grandissima parte della stampa (tradizionale e non) e da una ancora più larga fetta di opinionisti nostrani, sembrano essere ormai sdoganate dal senso comune, quello che in questi ultimi giorni sembra invece essere molto più difficile comprendere e condividere è l’intransigenza con la quale Grillo e i vari portavoce e capigruppo pro tempore hanno deciso di rispettare e promuovere.
No a qualsiasi ipotesi che non preveda un esecutivo non pentastellato. No ai saggi anche se l’idea non era male. No a governissimi o ai governi del presidente. No agli inciuci e ai compromessi.
No a ripetizione, ma erroneamente e diversamente da quanto sostenuto da moltissimi, non un No a prescindere, non un No a priori, senza se e senza ma, ma un No necessario a tutelare la propria credibilità. Un No utile come ossigeno per permettere al Movimento di sopravvivere in questa seppur breve legislatura e ancor di più di poter capitalizzare la combinazione coesione/intransigenza/credibilità e raccogliere ancora più voti alle prossime imminenti elezioni.
Elezioni politiche che, sarebbe duopo ricordare, si terranno in concomitanza o poco prima di quelle europee e amministrative che interesseranno buona parte dei maggiori comuni italiani.
La strategia di Grillo, Casaleggio e del resto dei neoeletti è perfetta e finora non ha fatto perdere nemmeno un punto ai pentastellati checché ne dicano i vari opinion-makers, anzi è vero il contrario, reggendo la barra a dritta M5S può solo che guadagnarci. Il frame “destra e sinistra sono tutti uguali” è ormai ben radicato, i proto-tatticismi dei due maggiori partiti di centrosinistra e centrodestra, nonché la sempre peggiore performance del Capo dello Stato, messa in atto per dirimere quello che di fatto è stato il prodotto (pessimo) delle scelte operate alla fine del 2011, non fanno che rafforzare questa immagine di inciucio continuo – vero o presunto non importa – ben rappresentato dalla squadra dei 10 “saggi” indicati proprio dallo stesso Napolitano.
Questa è la differenza tra tattica e strategia, tra il perseguimento di obiettivi di lungo periodo e quelli di breve periodo. Al momento gli strateghi del M5S non hanno sbagliato nell’investire tempo e forze guardando ben oltre il traguardo imminente. Abbiamo avanti ancora diversi mesi per vedere se decidere di puntare sulla credibilità e sviluppare nel frattempo il proprio pedigree dentro le istituzioni potrà confermare il trend positivo dell'approccio grillesco.

giovedì 28 marzo 2013

Lavoratorio.it e il pessimo consiglio (d'azzardo)

Chi di noi non si è mai iscritto o non ha mai utilizzato un sito di ricerca e offerta lavoro? Personalmente, come molti miei amici, sono iscritto a diverse reti e motori di ricerca lavoro, tra questi ne ho trovato uno che mi è sembrato ben organizzato, non troppo invadente e abbastanza preciso nell'inviare offerte di lavoro corrispondenti ai dati immessi nella richiesta. Si tratta di Lavoratorio.it.
 
Insomma, almeno fino ieri mattina, potevo dirmi davvero soddisfatto del servizio, peraltro gratuito, che questo sito mi stava offrendo.
Come si vede dallo snapshot qui di fianco, però, ho ricevuto una mail dalla sezione News di Lavoratorio.it che conteneva la  presunta storia vera e il consiglio di una fantomatica signora,  Francesca T. di Latina, particolarmente fortunata ma credo sicuramente meno generosa e meno altruista di quanto appaia dalla mail.
Nulla quaestio sulla necessità e sulla opportunità di usare mezzi pubblicitari per fare cassa e sfruttare al meglio la rete di contatti che un sito del genere può raccogliere, soprattutto se offre servizi del genere gratuitamente, ma ad essere sinceri, non vi sembra un atteggiamento particolarmente ienesco quello di sottoporre all'attenzione di chi cerca lavoro, più o meno disperatamente, una storiella fortunata e invitante, focalizzata per giunta sul gioco d'azzardo on line, con grandi vincite e sogni che diventano realtà?
Insomma, cartellino rosso per Lavoratorio.it e per la decisione di raggiungere i suoi iscritti in cerca di lavoro con un messaggio promozionale del genere!

mercoledì 27 marzo 2013

L'opa di Tabacci sui libdem

Oggi Bruno Tabacci, che in Centro Democratico ha scalzato alla guida e alla gestione politica il collega ex dipietrista Massimo Donadi, risultato non eletto, ha incontrato Guy Verhofstadt, presidente dell'Alde, l'Alleanza dei Liberali e Democratici Europei.
Nata come foruncolo elettorale poco prima delle  politiche per raccogliere malpancisti, liberi battitori, e quelli non troppo al centro ma neanche troppo nel centro-sinistra, la lista di Tabacci punta ora a rafforzarsi e a strutturarsi come un vero e proprio partito, o almeno cerca di andarci vicino.
I centrodemocratici, che tra gli altri contano anche un altro ex Idv come Pino Pisicchio fresco di elezione a presidente del gruppo Misto, compito storicamente affidato per equidistanza agli esponenti della SVP, hanno infatti cominciato a muoversi in vista delle prossime europee del 2014.
Lo stanno facendo puntando dritti a quella che era la casa europea dell'ormai defunta Italia dei Valori, ovvero quella dei liberali e democratici, segnale chiaro che nella strategia di Tabacci c'è in programma uno scippo, più che legittimo, di un non irrilevante bacino elettorale moderato, in senso politico non berlusconiano, profondamente orientato alle garanzie dello stato di diritto e alla promozione di principi e libertà civili.
A questo punto c'è da fare due considerazioni:
1) sempre tra le fila del partito del gabbiano policromato, cosa faranno figure di spicco dell'area democratico-liberale come Leoluca Orlando e Niccolò Rinaldi. Il primo, come si sa, sindaco della riserva indiana IdV di Palermo, il secondo europarlamentare dal 2009, già apprezzato funzionario europeo, nonché vicepresidente della stessa Alde,
2) alle europee si vota con le preferenze e non si può andare a traino di alcun partito più grande, oggi la mossa di Tabacci potrebbe risultare mero tatticismo visti la fredda accoglienza dell'elettorato, a meno che in occasione del rinnovo del Parlamento Europeo non si terranno anche le politiche e a questo punto Cd avrà davvero ottime chance per tornare a sedersi nei due rami del parlamento nazionale e inaugurare una legislatura a Bruxelles.

martedì 26 marzo 2013

L'India ci manda gambe all'aria

Informativa dei ministri di Esteri, Giulio Terzi, e Difesa, Gianpaolo Di Paola, alla Camera dei Deputati dopo il caso dei due marò rispediti in India. 
Dopo parole di fuoco e in particolare dopo l'esplicita accusa che Terzi ha rivolto al Governo "risibile pensare che Farnesina abbia agito autonomamente", il ministro ha annunciato le sue dimissioni specificando come "le sue parole siano state inascoltate" e come sia comunque convinto di "aver difeso l'onorabilità del Paese".
Le dimissioni hanno glaciato la platea di Montecitorio ma soprattutto hanno offerto al ministro Di Paola la possibilità di scegliere se delegittimare il compagno di squadra o andargli dietro rafforzandone l'invettiva.
Da bravo soldato, il ministro della Difesa ha scelto la prima opzione gettando in mare - è il caso di dirlo - Terzi ma lo ha fatto con un virtuosismo tattico di pregio.

Si è trattata di una stoccata di fioretto, leggera ma cocente. Di Paola infatti fa 3 cose:
1) riduce il portato e disinnesca il carico emotivo-emozionale dell'intervento di Terzi affermando: la responsabilità viene prima delle emozioni personali; sarebbe stato facile anche per me dare le dimissioni e abbandonare la nave in una situazione difficile come questa;
2) non usa la forza ma sfrutta quella dello stesso Terzi: le scelte prese collegialmente non possono essere tradite, se si fa parte di una squadra non si può abbandonarla solo perchè tocca a noi singolarmente dover rispondere di quanto deciso assieme;
3) cambia completamente il punto di focus: io non abbandono la nave lasciando i due marò soli, a loro e alle loro famiglie deve andare la nostra solidarietà e il nostro impegno.

Di Paola da scacco matto a Terzi, e in qualche modo è l'arte militare che vince su quella della diplomazia, stranamente, ma il dibattito che è seguito è stato ancora più pregno di spunti di riflessione. Giusto un paio qui di seguito:
a) l'intervento di Di Battista (M5S) che ha sciorinato una serie di domande su questioni, a volte semplici dettagli, molto importanti e dirimenti che finora nessuno o quasi nessuno ha voluto sviscerare, almeno in maniera pubblica, ha offerto un fondamentale elemento di valutazione dell'attività e della preparazione dei c.d. grillini eletti. Evidentemente non sono così stralunati e dormienti come qualcuno si augurava o si autoconvinceva. Complimenti vivissimi a chi ha preparato lo speech.
b) l'intervento di Cicchitto (Pdl) contro Monti e il suo Governo, contro l'assenza di una catena decisionale adeguata sul caso dei due marò e sulla mancanza di responsabilità dimostrata dal Presidente del Consiglio rappresenta di fatto un ulteriore e grosso ostacolo sulla già stretta via di Bersani per la creazione di un governo con Scelta Civica.

Emeriti di pregio...o no?

Lo giuro, se non fosse per l'evidente interesse che si sta raccogliendo intorno alla notizia, non mi sarei occupato della decisione di Magdi (exCristiano) Allam di porre fine al suo percorso di conversione al cattolicesimo.
Non lo avrei fatto, dicevo, poiché si tratta di una questione profondamente intima e personale che meriterebbe di essere trattata solo dal diretto interessato, senza alcuna invasione di campo da parte mia o di chiunque altro. Peccato che nella società mediatica 3.0 anche una decisione così privata venga derubricata a mera notizia di proto-gossip da condividere col mondo intero. Ma in questo caso chi ha rotto gli argini della privacy è lo stesso protagonista, ovvero l'eurodeputato Magdi Allam.
Stando così le cose non mi pongo alcun problema a smucinare nell'orticello del convertito più famoso d'Italia e dire la mia.
Vado a ritroso tra le sensazioni di questa giornata legate alla notizia sulla defunta conversione di Allam:

1) E.S.C. che sta per il meno prosaico 'E Sti Cazzi!' romanesco.
Caro Allam, senza offesa per nessuno, al di là del merito ("questa Chiesa di papi troppo deboli con l'Islam"), con tutto il rispetto per la sua persona e con un po' meno stima per il percorso politico assai tortuoso che ha caratterizzato gli ultimi anni della sua attività pubblica (candidatura alle europee, candidatura per il centrodestra a presidente della Basilicata), mi chiedo: ma cosa può fregarcene a noi - e qui sono complici anche i tuoi colleghi giornalisti che hanno avuto la brillante e geniale idea di condividere con tutti noi la grande notizia che ti vede protagonista - del tuo percorso di fede?
Intendo, con un Papa latinoamericano dal nome Francesco, con Cipro sull'orlo del baratro e noi con lui, con le start up che faticano a crescere quanto più invece ci faciliterebbero la vita, con un governo che forse non vedrà mai la luce, almeno nella versione teorica di Bersani, con una parte del Paese che ce l'ha con un'istituzione come quella la magistratura (che sarebbe diversa da quella dei magistrati), con centinaia di migliaia di imprese chiuse e 200mila giovani laureati disoccupati, come pensa che la sua conversione possa in qualche modo rappresentare anche solo lontanamente una componente pur pulviscolare del nostro interesse?

2) A tutto c'è un limite, ma anche ad una conversione in corso d'opera...?
È vero che stiamo vivendo giorni strani, ricchi di novità e di stravolgimenti non da poco. Basta pensare alle dimissioni di Benedetto XVI e alla elezione di Francesco I.
Questa è la prova provata che a tutto c'è un limite, che "non c'è niente che sia per sempre" (cantavano gli Afterhours) e che se un papa può dire addio alla investitura dello Spirito Santo figuriamoci se un semplice fedele non può dire bye bye ad un dogma per abbracciarne un altro*...ma si può compiere un'inversione a U anche in piena manovra di svolta?
Il portato semantico e concettuale della frase "ho deciso di metter fine alla mia conversione" suona un po' come una forzatura. Insomma, ma eri già convertito o no? Si è battezzato Cristiano ricevendo quasi 5 anni fa dal papa emerito il battesimo,  la comunione e la cresima che sembrava si stare ad un week end di offre del l'IDL, e oggi da come dice sembra che la fede cristiana fosse ancora in comodato d'uso. Non lo dico per criticare, lungi da me una tale scelta, ma per capire visto che ha voluto condividere con tutti noi la sua (ardua, almeno immagino tale) decisione.
E poi, non le pare che il periodo di quaresima influisca un po' eccessivamente con i suoi equilibri interni, emotivi e fideistici?

3) E adesso, che ne sarà di noi? (pronuncio la frase con la zeppa tra i denti come fossi Muccino nell'omonimo film)
Raccolta la notizia sul web mi sono chiesto cosa accadrà ora? Cosa potrà esserne della religione cristiana e di quella musulmana ora che l'ennesimo fedele si trova di fronte al bivio, eroso da uno dei più profondi e impellenti quesiti dell'uomo: è venuto prima l'uovo o la gallina?
A parte gli scherzi, non suona come un'offesa al nuovo Papa dire che ora la Chiesa cristiana risulta troppo permissiva, debole e tollerante, e per questo decide di lasciarla?
Insomma, Magdi exCristiano (o come dice il mio amico @gsaccoia "Cristiano Emerito") ora che non ha più una chiara identità religiosa, come potremo noi comuni mortali affrontare il resto delle nostre insulse, forse poco sensibili, per nulla fideisticamente scalfibili, vite?

Lo so che scrivendo questo post ho anch'io preso parte  al girotondo opinionistico di bassa lega che si è sviluppato intorno a questa pseudo notizia ma tant'è, le regole son queste e bisogna pur giocare se si vuole dire la propria.
Però che brutta cosa giocare pubblicamente con la propria intimità...

* su Twitter un fantomatico account Magdi Mormone Allam (@MMormoneAllam) mi ha comunicato che Allam starebbe abbracciando il "mormonismo radicale", giuro che se fosse vero sarei il suo fan numero 1!

venerdì 22 marzo 2013

Benvenuti

Un po' sono tradizionalista e per questo ho deciso di scrivere per prima cosa un post di benvenuto.
La vena tradizionalista, ma non conservatrice, si delinea proprio in questa concezione del blog come di uno spazio in cui si deve passare dalla prima pagina per poter proseguire alle altre.
In realtà non è necessariamente così, nemmeno con gli spazi e i luoghi più tipici del racconto, della scrittura e della consultazione, come sono ad esempio i libri. Non è vero che bisogna accedere alla prima pagina per poter proseguire la lettura dal punto iniziale, ma è vero che l'intro di un libro, la sua prima pagina o anche solo la dedica iniziale raccolgono al loro interno un messaggio sempre consultabile, sempre presente, immobile e immanente che il lettore può re-incontrare in ogni circostanza.
Non è così con un blog dove il primo post lascerà spazio al secondo e poi al terzo e sempre di più via via che gli articoli si susseguono, venendo sommerso e di fatto messo alla porta della memoria.
Insomma questo benvenuto è tanto utile quanto non necessario, per cui ora mi fermo.
A bien tot!